L’ex minatore Franco Filippa inaugurerà il 5 giugno il restauro della cava sotterranea in Valle d’Aosta: fu aperta dagli inglesi nel 1902
BRUSSON (AOSTA)
Monte Rosa? No, giallo, anzi dorato. «Sotto il ghiaccio ci sono quantità enormi d’oro», dice Franco Filippa, geometra di Gressoney-Saint-Jean, una delle vallate Walser sotto il secondo massiccio montano d’Europa. Quel «Rosa» del monte non sta per il colore, ma è storpiatura di «roese», cioè ghiaccio. Filippa di oro e ghiaccio se ne intende: è un montanaro, uno sciatore e anche un minatore. La sua famiglia ha scavato oro in un’altra zona valdostana del Rosa, la Val d’Ayas, a Brusson. Chiodo fisso, così come la ristorazione, l’albergo, il commercio. Il Naso del Lyskamm, affascinante gibbosità glaciale a quasi 4300 metri di altitudine dove passa il percorso scialpinistico del Mezzalama «è fatto d’oro, ma bisogna scavare il ghiaccio e forse non conviene», ride Filippa. Ci sono gallerie minerarie in ognuna delle cinque vallate che formano una stella ai piedi del Rosa. E la storia delle miniera d’oro di Brusson, in località Chamousira, sfruttata soltanto dai primi del Novecento e chiusa negli Anni 70, rivive per turismo. Soldi europei (un milione e 144 mila euro), progetti e lavori appaltati dal Comune di Brusson. Il nastro inaugurale sarà tagliato il 5 giugno.

La passione non basta.
Franco Filippa ci sarà, così come da ragazzo era lì a scavare i filoni bianchi del quarzo con il padre, Agostino, nato lo stesso anno, il 1900, di quando si scavavano i primi metri di gallerie. Franco ha ereditato dal padre la passione per quella miniera «che ha aiutato la mia famiglia, ma certo non ci bastava». Niente ricchezza, ma passione, storia, cultura. Anche avventura. Quella di quel padre nato a poche decine di metri dall’imbocco di una miniera d’oro appena accennata, dall’altro lato del Monte Rosa. Agostino era di Gula, piccola frazione ai confini tra i Comuni di Fobello e Cravagliana, nella Valsesia. Da bimbo giocava in quei dodici metri di buia galleria vicino a casa, ma non potè neppure pensare a scavare. Bisogna cercare lavoro, non l’oro e aiutare la famiglia. Così partì per la Francia a 12 anni con un fratello: bussarono alle porte di alberghi, ristoranti. Lavapiatti, aiuto in cucina.

Destini incrociati
E mentre Agostino s’incuriosiva del lavoro degli chef e tentava di «rubare» loro il mestiere, a Brusson gli inglesi della «Gold Mining Company», scavavano oro. Il ragazzo in cerca di lavoro non sapeva ancora che il suo destino si sarebbe incrociato con quello dei finanzieri Lewis e Dunning, proprietari di gallerie ricche d’oro in Sud Africa, saliti nelle vallate del Monte Rosa per assicurarsi che Brusson avesse filoni da garantire un’impresa mineraria. L’autorizzazione alla ricerca era stata ottenuta da una società svizzera con sede a Ginevra («Société des Mines d’or de l’Evançon») presieduta dal barone Antonio Nasi di Cossombrato. Nel 1902 i primi minatori già tirarono fuori dalle vene di quarzo il primo oro. Erano in 19, tutti locali, mentre i tecnici venivano dall’Inghilterra.

Ritorno alle origini
Agostino imparò a cucinare e lasciò gli alberghi. Raggiunse il grande porto di Le Havre. E il suo lavoro si trasferì sui piroscafi, i transatlantici che andavano e venivano da New York. Fu la sua rotta per anni e diventò chef. E quando ritornò alle sue radici risalì la vallata del Lys, fino a Gressoney-Saint-Jean. Basta mare, solo prati, morene e ghiacciai. E l’oro. Ritrovò la sua grande passione, le gallerie nelle montagne dove scavare il metallo giallo. In quella rupe accessibile da tre lati di Chamousira (il toponimo indica la presenza di camosci), che sale dai 1500 ai 1800 metri, si mise d’accordo con la famiglia biellese dei Rivetti, industriali del tessile, che avevano rilevato la concessione mineraria dagli inglesi. E cominciò un’altra avventura, nelle sette gallerie lunghe tra i 110 e i 200 metri, scavate in gran parte dalla «Gold Mining». Agostino sposò Isolina, prima donna autista della Valle d’Aosta. Nel 1940 nacque il primo di sei figli, Franco. Papà Agostino mise a frutto il suo sapere culinario e le capacità commerciali di Isolina. E apri «La Stella», ristorante, poi albergo. Dalle navi alle baracche e stabilimento della miniera ai tavoli imbanditi. E Franco ricorda: «Per anni ho guidato i nostri clienti a Chamousira. E ora lassù i turisti saranno di casa».

ENRICO MARTINET

fonte La stampa AOSTA

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