La borna dou djouas si trova ad Antey. Questo racconto è stato scritto da Rolando Barbara. La bellissima illustrazione del gufo è opera di Alessandra Zini: visitate il suo sito, le sue pagine Facebook Alessandraziniart e Puntadargentoart, e i suoi profili Instagram Alessandraziniart e Puntadargentoart.

 

gufo

La Borna dou Djouas ovvero il “Buco del Gufo” per chi lo esplori ai nostri giorni, appare come un incavo poco profondo, ove sonnecchiano i pipistrelli quando le tenebre cedono il posto al sole.
… ma la leggenda e la tradizione ci tramandano che…
I nonni dei nonni dei nostri nonni raccontavano che, in un tempo assai lontano, era invece una vera e propria grotta. Così profondamente entrava nella roccia, che la luce del giorno non ne poteva toccare il fondo. Chi si avventurava alla sua imboccatura, poco dopo l’imbrunire, poteva vedere un grande gufo dall’aspetto severo e dallo sguardo pungente, saldamente appoggiato sul tronco inclinato di un alberello che insinuava le radici nella roccia. Il gufo, dicevano, era il custode della caverna e, durante il giorno, dimorava al suo interno. Ma, durante la notte, vegliava all’esterno e permetteva di entrare a chiunque lo desiderasse. Ci voleva un certo coraggio per raggiungerla di notte, alla sola luce di una torcia; il sentiero, pur se corto, era impervio, la roccia friabile e vi crescevano ciuffi d’erba dura e ispida, su cui era facile scivolare. Inoltre il gufo era sempre presente, vigile, sul tronco e, pur essendo gentile e tranquillo, incuteva un certo rispetto. Ma chiunque avesse necessità di qualche particolare metallo, dicevano, poteva trovarlo nella parte più profonda della grotta. I più animosi salivano semplicemente con un piccone e una gerla: il minerale raccolto avrebbe contenuto la giusta quantità di ferro per una zappa, o la giusta quantità di rame per un calderone, o ancora la giusta quantità d’oro per due vere nuziali…
Ma una notte, venuti a conoscenza chissà come della mirabile grotta, tre giovani la raggiunsero con picconi, ceste e un rotolone di corda. Pensavano di cavarne più materiale possibile, di calarlo in basso con la corda e di trarne, in seguito, metallo prezioso da spendere in gozzoviglie. Stavano ormai per superare la soglia, quando sentirono la voce del gufo alle loro spalle.
– Hu! – Hu!
Parve loro di udirvi un avvertimento.
Affrettarono il passo, ma la voce soffiò ancora.
– Hu! – Hu! – Hu!
Esitarono.
La voce parve ancora ammonirli.
– Hu! – Hu!
L’ultimo di loro, che era ancora vicino all’entrata, raccolse allora una grossa pietra e la scagliò verso le piccole luci che, penetranti, lo fissavano.
– Ma sparisci, noiosa bestiaccia! Gli gridò.
Il gufo si alzò in volo. L’aria, mossa dalle ali, frustò il viso dei tre come un vento gelido e spense le torce; poi cominciò a ululare nella caverna come se la montagna albergasse centinaia di gufi e migliaia di lupi. La roccia iniziò a tremare, a spaccarsi, a sgretolarsi, a frantumarsi, con un rumore ancora più assordante di quello del vento.
I tre malcapitati, con i capelli sbiancati dal terrore, corsero all’uscita, incespicando e cadendo, rotolarono lungo la scarpata ammaccandosi teste, gomiti e ginocchia e precipitarono nel vuoto.
Li salvò una letamaia.
Ma la Borna squassata, dicono i nonni dei nonni dei nostri nonni, non era più una grotta ormai, ma un piccolo anfratto dove a stento si poteva trovare un po’ d’ombra.
Il gufo non tornò più sull’alberello radicato nella roccia ma, da allora, nei pressi della Borna, si può spesso sentire, di notte, “Hu, hu, hu!” che non sa più di rimprovero, ma sembra una risata sommessa. C’è chi dice sia il gufo, che ancora ricorda il capitombolo e il poco dignitoso atterraggio dei tre ingordi giovanotti.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>