La Valle è un luogo ricco di storie, da sempre. Storie spesso non scritte, tramandate di generazione in generazione dai vecchi ai giovani, arricchite a ogni racconto di particolari nuovi, di dettagli sorprendenti. Fatti realmente accaduti o racconti frutto della fantasia popolare? Difficile a volte comprendere dove finisca la realtà e inizi il regno della fantasia. Personalmente ritengo che le leggende nascano sempre da storie vere, in passato tramandate oralmente e raccontate ai bambini per sorprenderli e raccontare loro fatti e personaggi della cultura popolare arricchite di contenuti fantasiosi, inverosimili.

La prima leggenda che vogliamo presentarvi noi di Maison du Tatà la raccontava sempre mio nonno Mario. È legata al paese di Antey e narra del “ru dou pan perdu”, antico acquedotto a monte della frazione di Navillod, raggiungibile da Grand Moulin. Di questo acquedotto non si conosce con precisione la data di costruzione, ma è probabile che risalga al XIII/XIV secolo.

foto2Ebbene, si racconta che questo acquedotto non abbia mai portato acqua (da qui l’appellativo di “canale del pane perduto”), a causa dell’ignoranza e del timore dei valligiani. La leggenda narra che  una serpe bianca fosse posta a custodia della sorgente d’acqua. La serpe sorvegliava il canale, affinché garantisse la regolare irrigazione dei campi della Valtournenche e del vicino comune di Verrayes. I valligiani, per invidia e per timore dei poteri magici che attribuivano alla serpe, la uccisero, e da quel giorno il “ru dou pan perdu” non portò più acqua.

2 Comments

  1. Luca

    Buongiorno,
    io ne conosco un’altra versione anche se, effettivamente, meno poetica. Il Ru dovrebbe chiamarsi in realtà Ru du Pan ou Perdu dove in patois “Pan (de meur)” significa muro diroccato tanto che il significato del nome dovrebbe essere appunto Ru diroccato o perduto.

    Sembra che nella costruzione fossero state sbagliate le pendenze per cui non risultò mai perfettamente funzionante e sembra anche che il suo percorso fosse Antey – Montjovet.

    L’opera è visibile ancora oggi e ogni volta che la guardo genera in me meraviglia: dalla collina di Chatillon è possibile osservare le arcate aggrappate alla roccia e viene da chiedersi come quasi mille anni fa, senza mezzi o strumenti particolari, sia stato possibile costruire un’opera che è ancora ben visibile oggi.

    Invio i miei complimenti per l’articolo perché non molti parlano di questi aspetti.

    Ciao!

    • Monia Zanetti

      Salve a te Luca, e grazie per aver letto e commentato il nostro articolo!
      La storia che abbiamo voluto condividere con i nostri utenti è una leggenda/favola che ci raccontava nostro nonno quando noi eravamo bimbi e che noi raccontiamo alle nostre nipoti e ai bimbi che ci chiedono cosa sono quegli archi nel muro. Quindi è probabilissimo che il nonno ci abbia messo del suo, e così chi la raccontò a lui, e via, andando indietro fino a chissà quando. Questo è anche il bello di questo genere di storie, raccontate mille e mille volte in infinite varianti, magari davanti al camino o alla stufa, la sera. Più passa il tempo più divengono ricche e fantasiose! Ed è anche bello poter confrontare le varie versioni, come tu ci hai dato la possibilità di fare.
      Grazie ancora e tanti cari saluti da Maison du Tatà!

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